Iraq e Norvegia aprono il loro Mondiale FIFA con calcio d’inizio fissato al 17 giugno 2026, 00:00 CEST. Il copione sembra scritto con Haaland in copertina e Ødegaard alla regia, ma le partite inaugurali spesso hanno la stessa fluidità di una valigia bloccata sul nastro dell’aeroporto: prima di decollare, bisogna trovare pazienza.
La Norvegia arriva con l’ossatura migliore: Nyland dietro, Ryerson e Ajer nella linea difensiva, Berge e Aursnes a dare equilibrio, Ødegaard a scegliere il tempo della giocata, Nusa largo e la coppia Haaland-Sørloth pronta a riempire l’area. Non è una squadra da sottovalutare in nessun modo: quando riesce a trovare campo e ritmo, può fare molto male. La rimonta devastante contro l’Italia a San Siro e il buon primo tempo contro la Svezia ricordano che questa nazionale ha colpi pesanti, non solo nomi da poster.
L’Iraq non viene per fare da scenografia
Il punto, però, è che l’Iraq non sembra una squadra destinata ad aprirsi per cortesia. Graham Arnold e René Meulensteen hanno costruito un gruppo più collettivo che scintillante, con disciplina, blocco stretto e ripartenze selettive. Aymen Hussein resta il riferimento offensivo, mentre Ali Jasim, Zidane Iqbal e Al-Hamadi possono dare uscite e qualità nei momenti in cui la Norvegia alza il baricentro.
Il pareggio con la Spagna, pur contro una versione molto ruotata, ha mostrato una cosa utile per leggere questa gara: l’Iraq sa stare dentro partite in cui deve soffrire senza perdere subito la forma. La sconfitta con il Venezuela, invece, è il promemoria opposto: se va sotto presto, fatica a risalire e rischia di diventare meno lucido. Proprio per questo l’inizio dovrebbe essere prudente, con l’obiettivo quasi dichiarato di far passare minuti e trasferire pressione sulle spalle norvegesi.
La favorita può vincere senza stappare lo spumante
La Norvegia ha un’urgenza chiara: in un girone con Francia e Senegal, questo è il match in cui sbagliare farebbe rumore. Ma urgenza non significa per forza partita selvaggia. Solbakken sa che i tre punti contano più della cartolina spettacolare, e dopo qualche sbavatura vista contro il Marocco è plausibile una gestione più attenta delle transizioni perse in mezzo al campo.
C’è anche un dettaglio pratico: Jørgen Strand Larsen è stato segnalato con la febbre e questo riduce una risorsa importante per il finale, soprattutto se la Norvegia dovesse aver bisogno di aumentare peso e presenza nell’area. Haaland e Sørloth restano una minaccia enorme, certo; ma contro un blocco basso, chiuso e motivato, non basta mettere il pallone in area come se fosse posta prioritaria e aspettarsi che arrivi sempre a destinazione.
Il mercato sembra affascinato dall’idea di una Norvegia capace di sbloccare presto e poi trasformare la partita in una discesa panoramica. È uno scenario possibile, ma non l’unico. L’Iraq ha motivazione, struttura e un piano semplice: tenere viva la gara il più a lungo possibile, accettare di difendere tanto e scegliere con cura quando uscire. In una prima partita mondiale, con tensione alta e margini da proteggere, questo tipo di approccio può abbassare ritmo e volume delle occasioni.
La lettura, quindi, non è contro la Norvegia: è contro l’idea che la sua superiorità tecnica debba automaticamente tradursi in festival offensivo. I favoriti hanno i mezzi per vincere, ma l’Iraq ha abbastanza ordine per rendere la serata meno comoda di quanto racconti la lavagna. E quando una partita promette più scacchi che flipper, conviene ascoltare il rumore del freno.





