Sveglia, ragazzi! Se pensate che una squadra perda un esordio al Mondiale solo perché ha passato troppe ore in pullman da Tijuana o ha fatto la fila logistica, vi state bevendo le stesse clamorose favole dei bookmaker. Il mercato si è lasciato distrarre dal rumore di fondo, dalle voci sul ritiro turbolento iraniano, offrendoci su un piatto d'argento una quota che grida vendetta. E lo ha fatto aggrappandosi pure al fatto che la Nuova Zelanda abbia stoicamente resistito sull'uno a zero in amichevole contro l'Inghilterra. Bella figura difensiva, certo. Ma barricarsi emotivamente in un test match di preparazione è un conto, sopravvivere al tritacarne agonistico dei gironi mondiali è tutt'altro sport.
Il cortocircuito nel motore oceanico
La linea difensiva degli "All Whites" non è fatta di roccia inossidabile, e la storia recente ci ha stampato in faccia un campanello d'allarme stordente. Vi ricordate la drammatica sfida contro Haiti di pochi giorni fa? Alle prime accelerazioni vere, appena il baricentro si è spostato, la retroguardia è letteralmente esplosa incassando quattro reti. La loro struttura scricchiola paurosamente alla minima pressione continua. E credetemi, la pressione iraniana sarà martellante, soprattutto perché il centrocampo neozelandese si presenta al SoFi Stadium tenuto insieme col nastro adesivo.
Perdere Matt Garbett, l'uomo che accende la scintilla in mediana e fa respirare la squadra, per un guaio al bicipite femorale nell'ultimo allenamento utile è una mazzata tattica tremenda. Senza la capacità di gestire il pallone in mezzo al campo, la squadra di Bazeley sarà in balia delle onde. E quando rincorri a vuoto per novanta minuti contro un tridente mascherato che ruota intorno al fiuto rapace e cinico di Mehdi Taremi, finisci puntualmente col farti molto, molto male.
Il fattore campo invisibile e la fame di punti
I signori delle quote hanno poi ignorato un dettaglio geografico che stravolge completamente l'inerzia emotiva del match. Los Angeles non è un pezzo di marmo alieno e silenzioso. La città vanta un'immensa e calorosa diaspora iraniana. Quello che sulle scartoffie appare come una sfida su campo neutro, sotto il tetto dello stadio californiano si trasformerà in un catino ribollente di tifo persiano. Un'ondata di pura energia pronta a spazzare via in un colpo solo tutte le scorie del viaggio e la tensione logistica accumulata dal gruppo nei giorni precedenti.
Infine, c'è la spietata matematica del Gruppo G. Con montagne invalicabili come il Belgio e un Egitto fisico e navigato all'orizzonte, l'amato ct Ghalenoei sa perfettamente che questi sono i novanta minuti su cui fondare la qualificazione. Nessun risparmio energetico, niente calcoli sui cambi: bisogna andare dritti alla giugulare e prendersi l'intera posta. Ho persino accarezzato l'idea di tuffarmi sull'Under 2,5, ben conoscendo il DNA calcolatore dell'Iran, ma la tendenza della retroguardia neozelandese ad avere dei blackout improvvisi mi ha saggiamente tenuto lontano. L'affermazione pulita della squadra superiore sfugge al radar dei quotisti ed è pronta a colpire dritto nel segno.





